Puntare sull’intrattenimento è una scelta di content marketing legittima che può essere efficace anche nella ristorazione. La comicità, però, richiede capacità tutt’altro che banali e quando queste mancano il risultato è spesso imbarazzante.
Dal 2006 al 2014 mi sono occupato di programmi tv realizzati con i contributi degli iscritti a una community di videomaker. Sembra di parlare di un’altra era geologica in cui, inizialmente, l’unico mezzo di condivisione era YouTube, la qualità video dei cellulari si esprimeva con pixel grossi come francobolli, mentre la parola “virale” era ancora relegata in ambito medico.
Poi sono arrivati i social, man mano orientati ai contenuti video, gli smartphone sempre più performanti per creare reel e, oggi, perfino la bacchetta magica dell’intelligenza artificiale.
Progressi solo tecnologici
Ma se lo scenario tecnologico è decisamente mutato, la qualità dei contenuti resta mediamente modesta, soprattutto quando si scende in un campo insidioso come quello della comicità. Quando questa non è spontanea o frutto di un talento naturale ha bisogno di una capacità di scrittura non indifferente e altrettanto spiccate doti recitative. Perché far ridere è una cosa seria, la più difficile: facilmente si finisce per essere imbarazzanti e il rischio di scadere nella volgarità è dietro l’angolo.
La comicità “forzata” nella ristorazione
Eppure, a giudicare dai trend social in ambito gastronomico, sono proprio le scenette trite e ritrite, degne dei peggiori villaggi turistici, ad andare per la maggiore. Ristoratori, chef o personale di sala che iniziano a ragionare da influencer, facendo di tutto per ottenere visualizzazioni e seguaci. Il risultato? Sketch agghiaccianti, privi di senso alcuno, compreso quello dell’umorismo.
Il grande interrogativo è uno: perché?
Il grande equivoco
L’equivoco di fondo riguarda proprio l’ecceasiva considerazione dei numeri di followers e reazioni. La visibilità fa bene, certo, ma se questa non si traduce in una conversione reale in termini di clienti, o se addirittura si rivela controproducente per la reputazione del proprio locale, è un po’ come sentirsi ricchi con i soldi del Monopoli.


