Perché le politiche contro l’alcol non riguardano solo ciò che beviamo

Perché le politiche contro l’alcol non riguardano solo ciò che beviamo

La direzione delle politiche pubbliche, e non solo, è sempre più orientata verso una riduzione dei consumi, della disponibilità e della visibilità degli alcolici. Ma chi muove le fila di questa battaglia? È possibile trovare un equilibrio tra esigenze di salute pubblica e libertà personali?

L’alcol fa male. Difficile trovare un’affermazione più unanimemente condivisa. È innegabile però che da qualche tempo i consumatori siano il bersaglio di una comunicazione sempre più insistente e che punta ad alzare ulteriormente l’asticella: non esiste una quantità di alcol sicura per la salute.

Chi non è abituato a bere di tutto indiscriminatamente, che si tratti di bevande o di narrazioni, è portato a porsi delle domande e la prima è: chi sta spingendo l’alcol in uno spazio sempre più marginale nella nostra società?

Nessuna lobby segreta

Non occorre cedere a fascinazioni complottiste: in prima linea per ridurre il consumo e i danni legati all’alcol c’è l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Nel 2018 l’OMS ha lanciato SAFER, una strategia internazionale che punta a limitare la disponibilità dell’alcol, contrastare pubblicità e promozione, aumentare i prezzi attraverso tassazione e pricing policy, rafforzare prevenzione e trattamento.

Oltre all’OMS, o a sostegno di essa, ci sono organizzazioni che svolgono attività di lobbying e advocacy. Anche queste operano alla luce del sole: in ambito europeo, ad esempio, i nomi di tali organismi sono rintracciabili nel Transparency Register, banca dati pubblica che elenca le organizzazioni e i professionisti che cercano di influenzare le politiche e il processo decisionale dell’UE.

L’approccio particolarmente “attento” nei confronti dell’alcol non ha solo inappuntabili motivazioni scientifiche, ma anche radici culturali, esplicitate, più o meno apertamente, da alcune organizzazioni impegnate sul tema.

Oltre il salutismo

I movimenti di temperanza, nacquero tra la fine del Settecento e l’Ottocento, per contrastare gli effetti sociali dell’abuso di alcol, soprattutto nell’Europa protestante e nel mondo anglosassone. Nei Paesi del bacino mediterraneo, come il nostro, i movimenti non ebbero la stessa influenza, anche per ragioni sociali e confessionali: la bevanda alcolica tradizionalmente più diffusa, il vino, era profondamente integrata nell’alimentazione e nella convivialità, oltre ad avere un ruolo centrale nella ritualità cattolica.

Come spesso è accaduto nel corso della storia, dunque, la religione ha provato a risolvere un problema rivestendolo di rilevanza morale. Un meccanismo che ricorda quello alla base di alcuni tabù alimentari più antichi: esigenze igieniche, sanitarie o sociali che vengono trasformate in precetti.

Tali movimenti ebbero un ruolo importante nell’istituzione del proibizionismo negli USA, ma anche in diversi paesi del Nord Europa. In Svezia il proibizionismo fu invece respinto per un soffio: al referendum consultivo del 1922 il 49% degli elettori votò a favore.

Nel corso del Novecento la matrice religiosa è stata progressivamente secolarizzata. In Danimarca, alcune teorie sull’ereditarietà e sulla “degenerazione” connessa all’alcolismo furono recepite dalla socialdemocrazia, contribuendo a politiche che oggi definiremmo quanto meno illiberali. Nel 1935 fu estesa agli alcolisti cronici la possibilità di sottoporsi a sterilizzazione, mentre una modifica della legge matrimoniale del 1938 impose loro di ottenere il consenso del Ministero della Giustizia per sposarsi, consenso che poteva essere subordinato alla sterilizzazione. Di domande però, pare ne sia stata presentata solo una.

Proprio la Danimarca ha imboccato in seguito una strada diversa dagli altri Paesi nordici, diventando la nazione scandinava con minori restrizioni. In Svezia, Norvegia, Islanda e Finlandia, al contrario, ancora oggi vige un monopolio statale sulla vendita al dettaglio delle bevande a più alta gradazione: un sistema che l’OMS Europa ha indicato nel 2025 come modello virtuoso per ridurre i consumi.

Non è solo questione di cosa beviamo

Le buone intenzioni sanitarie e la tendenza a fornire prescrizioni comportamentali esercitano una notevole influenza anche sul piano mediatico, a cui paradossalmente nemmeno le testate di settore riescono a sottrarsi.

In ambito social, invece, le piattaforme stanno applicando delle limitazioni di visibilità ai profili che pubblicano contenuti legati agli alcolici, indistintamente che si tratti dell’account di una grande multinazionale o di un piccolo pub di quartiere.

Dall’altra parte ci sono soggetti diversi, anche in competizione tra loro, che oppongono una resistenza poco convinta. In alcuni casi vengono adottate scelte che, a fronte di benefici immediati, rischiano alla lunga di rivelarsi controverse. È il caso delle cantine che, in una sorta di circolo vizioso, producono vini dealcolati, magari per riciclare le rimanenze invendute.

Non meno delicata è la situazione dei microbirrifici: le birre analcoliche, per ragioni di stabilità microbiologica, richiedono specifici accorgimenti produttivi. Per i piccoli birrifici questo può comportare il ricorso a trattamenti incompatibili con la definizione legale di “artigianale”, come la pastorizzazione, che richiedono anche importanti investimenti.

In questo scenario emerge una questione che va ben oltre il consumo di alcol. Aspetti un tempo affidati alla legislazione degli Stati vengono oggi influenzati da organizzazioni sovranazionali, condizionando l’autonomia decisionale di istituzioni democratiche. Insomma, la questione è diventata un terreno di confronto non solo tra libertà individuale ed esigenze di salute pubblica, ma anche tra le indicazioni di istituzioni globali e l’autodeterminazione culturale dei singoli Paesi. E non è roba da poco.

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