Le Cantine Conte Collalto, nel territorio di Susegana in provincia di Treviso, producono Prosecco e altri vini. Da oltre mille anni sono di proprietà della stessa famiglia.
Questa è la storia di una principessa che vive in un castello. Potrebbe sembrare l’inizio di una favola e invece è tutto vero. Isabella Collalto de Croÿ ha i modi pacati e cordiali che ci si aspetterebbe da una nobildonna, ma possiede anche una straordinaria lucidità imprenditoriale che le ha consentito di modernizzare la millenaria azienda vinicola di famiglia.
150 ettari di vigneti, il già citato castello e una miriade di case coloniche sparse nel territorio di Susegana. Dal 2007 la principessa Collalto conduce la cantina attraverso scelte lungimiranti, alcune persino controcorrente, che vale la pena raccontare.

Collalto: mille anni di storia e di vini
La testimonianza più antica dell’impegno in ambito vitivinicolo dei Collalto è una pergamena del 958, in cui il re d’Italia Berengario II dona a Rambaldo I la corte di Lovadina, con pascoli, boschi e vigneti: l’azienda è tra le otto più antiche al mondo ancora in attività.
Da allora, le vicende dei Collalto si sono intrecciate di continuo, anche drammaticamente, con la Storia, quella con la S maiuscola.
Nel 1245 la collina di San Salvatore passa alla famiglia e Rambaldo VIII porta a compimento il castello: prima fortezza e presidio del territorio, poi centro di potere religioso, politico e giudiziario e in seguito luogo di rappresentanza diplomatica, artistica e letteraria.
Nel Settecento il conte abate Vinciguerra VII, affascinato dal pensiero illuminista, importa tecniche e vitigni dalle principali corti europee e crea la prima Accademia Agraria Parlante d’Italia.
Tra Ottocento e Novecento il conte Ottaviano Antonio I, il “Conte Agricoltore”, tra i primi sostenitori della Scuola Enologica di Conegliano fondata nel 1867, trasforma la tenuta in una delle aziende agricole più moderne del Veneto e nel 1904 fa costruire la cantina attuale e la centrale idroelettrica tuttora in funzione.
Lo scoppio della Grande Guerra porta in questa zona un pesante bagaglio di lutti e devastazioni. Il Piave scorre a poca distanza dal castello, trasformato in caposaldo difensivo dall’esercito austro-ungarico, viene quasi interamente distrutto dal fuoco italiano. Dopo il conflitto il conte Manfredo VII riscatta le proprietà di famiglia e il figlio Rambaldo XVII rimette in moto l’azienda agricola.
La ricostruzione dura ben ottant’anni e si chiude solo nel 2003, con il restauro di Palazzo Odoardo voluto dal principe Manfredo VIII. Oggi il Castello San Salvatore ospita cerimonie private (matrimoni compresi) ed eventi culturali, è aperto ai gruppi attraverso visite guidate e, ovviamente, comprende la residenza di Isabella, prima donna alla guida del castello e della cantina.
È un luogo magico. Varcando la cinta muraria ci si ritrova dapprima nel borgo cinquecentesco, per poi arrivare in quello che un tempo era il cortile. Si passa ad ammirare Palazzo Odoardo, con le sue sale settecentesche e le terrazze pensili sulle colline che, dal 2019, sono patrimonio UNESCO.

Non c’è solo il Prosecco
Le tenute dei Collalto rientrano nella denominazione Conegliano Valdobbiadene e il Prosecco Superiore DOCG è naturalmente la colonna portante: otto versioni per circa 500.000 bottiglie l’anno, su una produzione complessiva di circa 650.000, tutte da uve di proprietà.
Il Ponte Rosso Rive di Colfosco Extra Brut (che di recente ha conquistato i Tre Bicchieri nella guida Vini d’Italia 2027 del Gambero Rosso) ne è l’interpretazione più fedele. L’Ottaviano, invece, è un Brut Nature sui lieviti da un singolo vigneto di viti ultraquarantenni, è più “sperimentale” ed è quello che ho apprezzato di più.
Nei Prosecco di Collalto non c’è solo Glera, ma compaiono, in piccole quote, anche due varietà autoctone, Verdiso e Bianchetta. L’azienda vanta infatti la più vasta superficie vitata di entrambe queste varietà, che altrove stanno progressivamente scomparendo. Il Verdiso, inoltre, viene vinificato anche in purezza, come Colli Trevigiani IGP.

Il lignaggio dei Collalto ha però imposto loro delle scelte che esulano dalle mere logiche commerciali. Puntare tutto su un prodotto forte come il Prosecco sarebbe stato semplice, ma la famiglia e i suoi collaboratori avvertono la responsabilità di salvaguardare la storia millenaria e una tradizione secolare di sostegno alla ricerca.
Gli Incroci Manzoni
Il professor Luigi Manzoni, negli anni Venti e Trenta del Novecento, con la Scuola Enologica di Conegliano, creò i suoi celebri incroci proprio grazie ai mezzi messi a disposizione dalla famiglia Collalto. Per continuare la tradizione, la Principessa si è posta come capofila del progetto per ottenere la DOCG per gli Incroci Manzoni.
Più fattivamente, Conte Collalto è l’unica realtà al mondo con una gamma completa di quattro tipologie, tutte vinificate in purezza, di vini da Incroci Manzoni. Il fiore all’occhiello è lo Schenella, Manzoni Bianco affinato dodici mesi in botti da 500 litri, frutto di due anni di studi condotti con la Tonnellerie Garbellotto sul rovere più adatto. Parliamo di un vino di nicchia: solo 2.000 bottiglie numerate.
Alla salvaguardia dell’eredità del professor Manzoni si aggiunge il lavoro di zonazione, condotto con il team di consulenti Uva Sapiens, che mappa suoli, esposizioni e altitudini, per il quale le vinificazioni avvengono sempre separate, vigneto per vigneto.

I vini rossi di Collalto
I rossi sono la produzione più intima dell’azienda e che conta su un mercato soprattutto locale.
Il Wildbacher, vitigno a bacca nera coltivato a Susegana da oltre due secoli, è il simbolo di questa resistenza: vivace, tannico e sorprendentemente armonico.
Il Vinciguerra Rosso Riserva (Colli di Conegliano Rosso DOCG, Cabernet, Merlot e Marzemino) e il Torrai Rosso Riserva (Cabernet in purezza) hanno ottenuto entrambi le Tre Stelle Rosse della Guida Veronelli 2025.
Infine, il Rambaldo VIII Rosso, da vendemmia tardiva e quarantotto mesi in legno, si trova solo in loco: un motivo in più per visitare le Cantine Conte Collalto.
Al mio sincero apprezzamento per questi vini, l’enologo Andrea Affili non ha nascosto un certo orgoglio e una punta di soddisfazione, che ho interpretato come un modo per ribadire il concetto che da queste parti si possono fare anche ottimi rossi e non solo bollicine.
Le esperienze da collezione di Collalto

Le attività enoturistiche a Collalto non si limitano alla sola visita alla cantina con degustazione. La proposta è pensata anche tenendo conto della stagionalità: dalla passeggiata tra i vigneti al giro in fuoristrada storico.
L’esperienza più esclusiva è la Royal Experience, con visita al castello, incontro con la principessa Isabella e degustazione in cantina. Per le famiglie è pensato l’Agri Kit Kids, un divertente kit didattico pensato per coinvolgere anche i bambini.
Per quanto riguarda l’ospitalità ci si può fermare a dormire sia nel borgo del castello che negli appartamenti del Wine Relais, mentre per eventi come team building e cene di gruppo c’è Casa Vigneti, antica casa colonica tra i filari, appena rinnovata.
Infine, merita una menzione il Collalto Wine Festival, il grande appuntamento che si tiene annualmente a luglio e che riesce ad attirare puntualmente migliaia di visitatori.
Ginealogy
Voluto fortemente dal primogenito della principessa, il gin della famiglia Collalto è realizzato con le erbe officinali provenienti dal giardino botanico del castello. Protagonisti principali sono il rosmarino e le foglie d’olivo, messi a macerare in alcol di cereali e poi distillate insieme al mosto di Glera. Ginealogy ed è un London Dry artigianale da 42° che ho apprezzato in miscelazione con una tonica neutra, ma che, a detta di chi lo ha assaggiato, si presta ad essere degustato anche liscio.
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